GIAPATOI

Archivi per il mese di “settembre, 2010”

ANARCHIA NEL BASSO VARESOTTO

Razzolando per le aule penali di ogni ordine e grado  capita che l’avvogiap esprima le sue rade capacità dialettiche avanti a teatri di primo piano come il Giudice di Pace di Borgomanero o quello di Gavirate.
 
E’ da questo avanspettacolo del diritto che spuntano le storie più inverosimili.
 
Questa è di oggi.
 
Apro il fascicolo e leggo le copie degli atti.
( Ciumpia, scritto così par quasi vero)
 
Il cliente è imputato per aver preso a male parole un agente di polizia municipale,
(Roba già vista milioni di volte. Avrà preso una multa , si sarà lamentato ,
“leinonsachisonoio”,
”invecediprenderselaconglialbanesichevengonqui…  
   ecc. ecc.  Che palle! Che noia!)
 
Tutti testimoni oculari dell’alterco sono anch’essi pizzardoni.
(Ma guarda , ho un cliente eroico. Solo davanti a trenta nemici:nemmeno Leonida.
 Avrà urlato   “QUESTA E’ SPARTAAA?”)
 
L’imputato ha urlato: “me lo dovete suc…tutti!”
( Ehmm…    no no, niente Leonida, efficace ma poco epico)
 
 
I fatti si sono svolti nella locale stazione della polizia Municipale.
 ( In effetti ,più che un eroe un pirla.)
 
Insulti ripetuti rivolti ad un collega.
 
 ( Come collega?  Vediamo…    Ispettore aggiunto Leonida Scaccabarozzi.    Ahhh , Il mio cliente è un ghisa pure lui!)
 
 
Grandioso , l’udienza sarà con un vigile imputato , un vigile parte offesa, dieci vigili testimoni oltre il paio che di solito prestan servizio di sicurezza in aula.
Sono tutti lì!
la città  sarà incustodita per tutta la mattina.
 
Volete provare l’ebbrezza di guidare senza cinture , col telefono in mano, abbracciato alla fidanzata, nella zona pedonale ?
 
Dietro minimo compenso , in privato, vi svelo giorno e luogo.
 
 

IL MERENDONE

IMG_1390

Il Merendone  non è quel mangiare vespertino che si consuma tra il desinare e la cena.
Lui non ha orari, non ha ritegno , né limiti .
Il Merendone scatta a tradimento proprio mentre ti stai chiedendo: "ma come sono calmi quei due?"
Semplici le regole per un buon Merendone: si mette tutta la dispensa sul tavolo, si aggiungono due tazze di latte freddo , mezzo chilo di Nesquik e le cannucce.

Quello che vedete  è un classico merendone del venerdì sera , allo scoccare delle 23.

Un anello , un orologio ed un cane.

Primo gennaio 1943.

Joseph  J. Collins era imbarcato sul cacciatorpediere HMS Laforey.
La nave era arrivata a Bone, sulla costa algerina,   sotto una pesante bombardamento aereo.
Non era certo il modo di festeggiare il Capodanno, deve aver pensato il ragazzo.
Si era abituato ai rumori della guerra ,ormai  indovinava la distanza delle bombe dal rumore del sibilo.
Questa volta però non riusciva proprio a sopportarli,  non dopo le ultime notizie che aveva ricevuto da casa: "Aspettiamo un bambino" gli aveva scritto Ellen .
 
Sarebbe nato a Luglio ma Joseph sapeva che non avrebbe resistito così tanto senza tornare a casa. Impaziente chiese subito una licenza ma quelli non erano tempi e mari propizi e riuscì ad arrivare a  Gibilterra solo a metà febbraio.
 
Lì ebbe  fortuna perchè in pochi giorni trovò un passaggio sulla “ Weyburn”, una corvetta  canadese che lo avrebbe portato a casa  scortando un convoglio mercantile oltre lo stretto .
 
Sali a bordò prima dell’alba e la nave raggiunse la sua posizione a difesa del convoglio  MKS 8 . Stava per “Mediterranean – UK- Slow” .
Lentamente, ma si tornava  a casa.
 
Forse dormiva , magari pensava al nome da dare al figlio
Udì un rumore arrivare da un lato , uno strano  cigolio metallico ..
Capì cosa stava accadendo nel medesimo istante in cui la mina scoppiò aprendo una falla sulla fiancata di babordo.
Venne sbalzato sul soffitto del locale e ricadde a terra urtando contro l’angolo del tavolo.
Appena ripreso fiato salì in coperta mentre la nave cominciava a piegarsi lentamente verso  poppa.
La sala motori era  allagata e dal fumaiolo , aperto in due verticalmente,  usciva fumo denso e vapore .
Vide la “Wivern”, il  cacciatorpediere che li seguiva nel convoglio, accostarsi  tanto da permettere di  saltare in salvo da una nave all’altra e scorse tre uomini che da una scialuppa cercavano di recuperare i marinai sbalzati in mare dalla forza dell’esplosione.
 
Le fiamme che uscivano dalle tubature spezzate lo avevano costretto a fare un lungo giro per arrivare al punto in cui avrebbe potuto saltare  al sicuro.
 
In fondo alla nave aveva visto che due marinai stavano velocemente disarmando gli inneschi delle cariche di profondità
Erano le bombe che si usavano per dare la caccia ai sommergibili.
Si rese conto che se  quelle cariche fossero esplose una volta raggiunto qualche metro di profondità non ci  sarebbe stata salvezza .
Erano ormai trascorsi quasi venti minuti e lo scafo si era inclinato troppo per poter saltare direttamente oltre il parapetto sul ponte della nave accanto.
Joseph allora si buttò in acqua , cercando di raggiungere a nuoto la scialuppa poco distante
Era faticoso  nuotare in quel mare coperto da un velo di olio ed era ancora  lontano quando d’improvviso la poppa della nave si inabissò di colpo dietro di lui.
 
Subito dopo ci fu una esplosione enorme che squarciò la nave e lanciò fiamme e lamiere tutt’intorno.
Qualche secondo dopo una seconda , più potente,  fece addirittura volare un’ancora della Weyburn sulla tolda del cacciatorpediniere  ,devastandola.
Non tutte le bombe erano state disinnescate .
 
Nessuno vide la fine di  Collins.
I sopravvissuti raccontarono altre cose.
 
Videro il capitano della nave ferito al viso aiutare i suoi marinai a mettersi in salvo sino ad un attimo prima dell’esplosione.
Ricordarono che il medico della Wivern diresse i soccorsi seduto a terra, con le due gambe spezzate da una improvvisa  collisione tra i due scafi e che accettò le cure solo quando  il cacciatorpediniere, anch’esso ingovernabile,  fu trainato in salvo a Gibilterra.
 
I pescatori di Zahara  trovarono il corpo sulla spiaggia quella stessa sera.
Lo seppellirono nel cimitero ove l’ho  trovato ed  attraverso l’addetto della Royal Navy  rispedirono  ad Ellen l’anello di matrimonio, un orologio ed un libro di preghiere.
Questo almeno è quanto rammenta il figlio Anthony, nato  il 30 luglio del ’43 nella  casa di Milnsbridge.  
 
Non so cosa si possa  capire del proprio padre da  pochi oggetti e da qualche  racconto.
Un vuoto  che in quei giorni molti potevano facilmente comprendere
Una era sicuramente  Pam, la figlia del comandante della Weyburn.
A lei del padre rimase solo Posh  ,lo  spaniel mascotte della nave che era sopravvissuto al naufragio e che un superstite le aveva riportato casa dopo mesi di cure.
Poco , ma almeno era qualcosa che si poteva abbracciare.
 
Nulla invece è rimasto della famiglia di Werner Czygan, il comandante dell’U-Boat 18 che aveva lasciato le mine  avanti Gibilterra.
Lui sopravvisse a Collins solo qualche mese , affondò sul suo sommergibile   il 12 giugno , colpito dall’ aviazione  poco al largo delle Canarie.
Lui aveva un cognome di origine tzigana e veniva dalla Pomerania, una terra che di lì a poco i tedeschi avrebbero riconsegnato ai polacchi ed all’ Armata Rossa.
Nessuna traccia è rimasta del loro destino.
 
So che Anthony Collins invece  è arrivato sino a Zahara de los Atunes a trovare il padre. Fu lui   a far porre quella lapide chiara e grigia che ho fotografato.
 
Chissà se ha mai pensato che in fondo è morto per amor suo.

Un orologio , un anello e un cane

Primo gennaio 1943.

Joseph  J. Collins era imbarcato sul cacciatorpediere HMS Laforey.
La nave era arrivata a Bone, sulla costa algerina,   sotto una pesante bombardamento aereo.
Non era certo il modo di festeggiare il Capodanno, deve aver pensato il ragazzo.
Si era abituato ai rumori della guerra ,ormai  indovinava la distanza delle bombe dal rumore del sibilo.
Questa volta però non riusciva proprio a sopportarli,  non dopo le ultime notizie che aveva ricevuto da casa: "Aspettiamo un bambino" gli aveva scritto Ellen .
 
Sarebbe nato a Luglio ma Joseph sapeva che non avrebbe resistito così tanto senza tornare a casa. Impaziente chiese subito una licenza ma quelli non erano tempi e mari propizi e riuscì ad arrivare a  Gibilterra solo a metà febbraio.
 
Lì ebbe  fortuna perchè in pochi giorni trovò un passaggio sulla “ Weyburn”, una corvetta  canadese che lo avrebbe portato a casa  scortando un convoglio mercantile oltre lo stretto .
 
Sali a bordò prima dell’alba e la nave raggiunse la sua posizione a difesa del convoglio  MKS 8 . Stava per “Mediterranean – UK- Slow” .
Lentamente, ma si tornava  a casa.
 
Forse dormiva , magari pensava al nome da dare al figlio
Udì un rumore arrivare da un lato , uno strano  cigolio metallico ..
Capì cosa stava accadendo nel medesimo istante in cui la mina scoppiò aprendo una falla sulla fiancata di babordo.
Venne sbalzato sul soffitto del locale e ricadde a terra urtando contro l’angolo del tavolo.
Appena ripreso fiato salì in coperta mentre la nave cominciava a piegarsi lentamente verso  poppa.
La sala motori era  allagata e dal fumaiolo , aperto in due verticalmente,  usciva fumo denso e vapore .
Vide la “Wivern”, il  cacciatorpediere che li seguiva nel convoglio, accostarsi  tanto da permettere di  saltare in salvo da una nave all’altra e scorse tre uomini che da una scialuppa cercavano di recuperare i marinai sbalzati in mare dalla forza dell’esplosione.
 
Le fiamme che uscivano dalle tubature spezzate lo avevano costretto a fare un lungo giro per arrivare al punto in cui avrebbe potuto saltare  al sicuro.
 
In fondo alla nave aveva visto che due marinai stavano velocemente disarmando gli inneschi delle cariche di profondità
Erano le bombe che si usavano per dare la caccia ai sommergibili.
Si rese conto che se  quelle cariche fossero esplose una volta raggiunto qualche metro di profondità non ci  sarebbe stata salvezza .
Erano ormai trascorsi quasi venti minuti e lo scafo si era inclinato troppo per poter saltare direttamente oltre il parapetto sul ponte della nave accanto.
Joseph allora si buttò in acqua , cercando di raggiungere a nuoto la scialuppa poco distante
Era faticoso  nuotare in quel mare coperto da un velo di olio ed era ancora  lontano quando d’improvviso la poppa della nave si inabissò di colpo dietro di lui.
 
Subito dopo ci fu una esplosione enorme che squarciò la nave e lanciò fiamme e lamiere tutt’intorno.
Qualche secondo dopo una seconda , più potente,  fece addirittura volare un’ancora della Weyburn sulla tolda del cacciatorpediniere  ,devastandola.
Non tutte le bombe erano state disinnescate .
 
Nessuno vide la fine di  Collins.
I sopravvissuti raccontarono altre cose.
 
Videro il capitano della nave ferito al viso aiutare i suoi marinai a mettersi in salvo sino ad un attimo prima dell’esplosione.
Ricordarono che il medico della Wivern diresse i soccorsi seduto a terra, con le due gambe spezzate da una improvvisa  collisione tra i due scafi e che accettò le cure solo quando  il cacciatorpediniere, anch’esso ingovernabile,  fu trainato in salvo a Gibilterra.
 
I pescatori di Zahara  trovarono il corpo sulla spiaggia quella stessa sera.
Lo seppellirono nel cimitero ove l’ho  trovato ed  attraverso l’addetto della Royal Navy  rispedirono  ad Ellen l’anello di matrimonio, un orologio ed un libro di preghiere.
Questo almeno è quanto rammenta il figlio Anthony, nato  il 30 luglio del ’43 nella  casa di Milnsbridge.  
 
Non so cosa si possa  capire del proprio padre da  pochi oggetti e da qualche  racconto.
Un vuoto  che in quei giorni molti potevano facilmente comprendere
Una era sicuramente  Pam, la figlia del comandante della Weyburn.
A lei del padre rimase solo Posh  ,lo  spaniel mascotte della nave che era sopravvissuto al naufragio e che un superstite le aveva riportato casa dopo mesi di cure.
Poco , ma almeno era qualcosa che si poteva abbracciare.
 
Nulla invece è rimasto della famiglia di Werner Czygan, il comandante dell’U-Boat 18 che aveva lasciato le mine  avanti Gibilterra.
Lui sopravvisse a Collins solo qualche mese , affondò sul suo sommergibile   il 12 giugno , colpito dall’ aviazione  poco al largo delle Canarie.
Lui aveva un cognome di origine tzigana e veniva dalla Pomerania, una terra che di lì a poco i tedeschi avrebbero riconsegnato ai polacchi ed all’ Armata Rossa.
Nessuna traccia è rimasta del loro destino.
 
So che Anthony Collins invece  è arrivato sino a Zahara de los Atunes a trovare il padre. Fu lui   a far porre quella lapide chiara e grigia che ho fotografato.
 
Chissà se ha mai pensato che in fondo è morto per amor suo.

Navigazione articolo